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Sul “Mein Kampf”

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Mein Kampf e Hitler: l’antidoto alle seduzioni dei totalitarismi

Il libro torna alla ribalta grazie a ‘Il Giornale’. Riflettiamoci con Angelo Ventroni e Simone Berni

 

La libertà, su tutti i fronti, porta con sé un grosso bagaglio pesante, che torna sempre a galla, con la stessa forza con cui, all’occasione, gli è stato imposto di sprofondare. La libertà non è una cosa facile: disorienta, non è facile essere liberi. Essere chi si vuol essere, amare chi si vuole amare, dire quel che si vuole dire, comporta sempre uno scontro: coi tempi e coi luoghi, con gli uomini e con le tradizioni, con le paure e con le incertezze. E lo scontro non è comodo, chiede risorse. Senza dubbio è stancante, ha bisogno di una certa energia per risolversi. Ce lo dice quest’Europa stanca di accogliere i migranti, stanca di pensare alla libertà, malata di libertà e annichilita da questa. Ce lo dice questo mondo in cui si lotta per libertà di poter amare chi si vuole e poi si muore per questa stessa libertà. Ce lo dice questa storia che, continuamente sedotta dal bisogno di stabilità, di sicurezza, di ordine, inciampa in errori da cui non si capisce se poi impara.

Errori come i totalitarismi del secolo scorso, figli della logica ‘a mali estremi, estremi rimedi’, seppellitori di libertà, in nome di un ordine in grado di mettere a posto desideri, bisogni, differenze e perfino l’umanità stessa. Certamente ricordarsene è doloroso, certamente ci scappa quella smorfia di disgusto, che pure non ci rende migliori di allora. La stessa smorfia di disgusto che il ‘Mein Kampf‘ di Adolf Hitler, manifesto del nazionalsocialismo, ha suscitato sabato scorso, quando è stato allegato a Il Giornale, con un intento ben preciso, espresso dal direttore Alessandro Sallusti: «Escludo che ad alcuno possa anche solo sfiorare l’idea che si tratti di un’operazione apologetica o anche solo furba. Non si gioca su una simile tragedia. Semmai il contrario. Perché, con certi venticelli che soffiano qua e là per l’Europa e in Medioriente serve capire dove si può annidare il male e non ripetere un errore fatale».

 

Il resto dell’articolo di Daniela Rubino, su L’Indro

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On 14 giugno 2016
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