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Peccati di gioventù

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Peccati di gioventù

I primi cimenti letterari di futuri romanzieri o personaggi famosi quasi mai coincidono con l’idea corrente che si ha degli autori. Dan Brown si vergognava di scrivere aforismi banali e preferiva firmarsi con un nome di donna. Maurizio Costanzo diceva di aver ucciso la morte, Wanna Marchi aveva appena cominciato a vendere.
Quale è il primo libro scritto da Dan Brown? Molti risponderanno Il codice da Vinci, altri ricorderanno che i libri usciti in Italia non sono nell’ordine i libri che lo scrittore ha invece pubblicato in America. E pertanto saranno portati a invertire o rimescolare all’infinito la cronologia dei vari Angeli e demoni, La verità del ghiaccio e Crypto. Ma ogni risultato che ne scaturirebbe sarebbe sbagliato.
Bisogna andare più indietro nel tempo, e precisamente all’agosto del 1995, quando “una certa” Danielle Brown pubblica un libricino in formato quadrato dal titolo 187 Men To Avoid (187 uomini da evitare) (New York, Berkley Books).
L’autrice si presenta come una insegnante che scrive libri e che come hobby (o missione di vita) ama evitare certi tipi di uomini. Tra gli uomini che meritano di essere cancellati dalla faccia della terra annovera quelli che mettono gli abiti ai loro cani, che vivono ancora con le loro madri o che hanno al polso dei Rolex autentici. Oppure se la prende con chi fa la pipì sotto la doccia, con i temerari che si tagliano i capelli da soli e, per finire, con quelli che leggono libri scritti da donne (come quello che hanno in mano!).
Ma che sia Dan Brown l’autore di questa burla innominabile è ormai cosa certa. D’altronde è lui l’intestatario del copyright. Già a quei tempi sapeva come curare i suoi interessi.
Il libricino, ma chiamiamolo opuscolo, è ormai esaurito da tempo e molti collezionisti di curiosità lo ricercano. Nonostante la sua insulsaggine, proprio a causa della sua rarità, può spuntare valutazioni considerevoli. Ma chi lo compra non si aspetti nulla.

Ah, recentemente è stato ristampato, quindi attenzione alla seconda edizione che non vale nulla.
In Italia destano curiosità gli esordi letterari di alcuni personaggi in vista, soprattutto uomini e donne di televisione. Molti di loro hanno poi preso strade differenti dalla letteratura, e proprio per questo aumenta la curiosità nel vivisezionare le loro opere prime; produzioni il più delle volte dissacranti, ambigue o, nella migliore delle ipotesi, inutili.
Maurizio Costanzo scrisse un romanzo in gioventù. Si intitola Ho ucciso la morte (Roma, Giovanni Semerano Editore, 1958). La storia agrodolce della famiglia Landri, alle prese con raccomandazioni per i figli, ricoveri all’ospedale, impieghi in banca. Vita ordinaria, dunque, ma con un finale violento e inaspettato. Oggi il libricino di Costanzo è praticamente scomparso. Sono la nazionale di Firenze e la comunale di Terni le uniche biblioteche a conservarne una copia.
Wanna Marchi, all’apice del suo successo come televenditrice, mise in commercio quella che oggi è divenuta una vera e propria rarità, la sua autobiografia Signori miei (Milano, Monolito, 1986).
Il solo interesse del libro è dato dalla mancanza di dati editoriali. La Monolito s.r.l. risulta essere solamente il marchio di un’azienda leader nel campo (all’epoca) della prototipazione rapida e del design digitale, ma sul volume non ci sono loghi editoriali. Questo ha dato vita a un altro caso di libro d’esordio dai risvolti poco chiari, ovviamente mai più ristampato, quasi sconosciuto alle biblioteche (tranne la Giorgio Bassani di Ferrara e la civica di Fiano) e che ha risvegliato un certo interesse fra i collezionisti di biografie curiose.

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On 13 dicembre 2015
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